Tra le chiese romaniche più interessanti dell'Umbria, l'abbazia dei Santi Fidenzio e Terenzio merita un posto nell'itinerario di chi visita Massa Martana. Non punta su effetti spettacolari, il suo fascino sta nella pietra, nelle sculture altomedievali, in una cripta tra le più suggestive della regione e in una storia che attraversa più di mille anni.
Due martiri, una leggenda
La storia di Fidenzio e Terenzio comincia in un'epoca di persecuzioni. Secondo la leggenda, i due sarebbero arrivati a Roma dall'Oriente durante l'impero di Diocleziano e Massimiano, con l'intenzione di testimoniare la propria fede con il martirio.
Arrestati a Roma, secondo il racconto subirono il supplizio del fuoco, dal quale uscirono illesi. In una delle redazioni della leggenda riuscirono a fuggire dalla prigionia con l'aiuto di alcuni orsi; un angelo li guidò poi lungo la via Salaria fino a una grotta da cui santa Vittoria aveva scacciato un drago.
Il cammino proseguì verso l'Umbria. Secondo la tradizione locale, i due furono accolti a Massa Martana nella casa di una famiglia cristiana, dove operarono guarigioni e conversioni. La loro fama arrivò all'imperatore, che li fece arrestare di nuovo. Furono catturati e martirizzati nel territorio tudertino, presso l'antica Civitas Martana, il 27 settembre del 303. I corpi furono sepolti in segreto nel luogo dove oggi sorge la chiesa.
Molto prima della chiesa fu probabilmente eretto un oratorio sul loro sepolcro: lo suggerisce una piccola pietra della cripta con un'iscrizione latina che ricorda i due beati, i cui caratteri sembrano dei secoli VII-VIII. Nel 1629 il cardinale Boncompagni ottenne di riesumare le reliquie e le donò a Bassano in Teverina, dove i due santi sono patroni e vengono festeggiati il 27 settembre.
Dall'oratorio all'ex abbazia
L'abbazia si crede fatta costruire dai nobili di Massa nell'XI secolo, ma la fabbrica più antica sembra risalire ai secoli IX-X, quando nell'attiguo monastero si insediò una comunità di monaci benedettini. Alcune date aiutano a orientarsi. Nel 1276, dai registri delle decime, risulta un abate di nome Pietro con sei monaci. Nel 1320 i tudertini rivendicavano la propria indipendenza nei confronti del rettore del Patrimonio di San Pietro. In seguito ai benedettini subentrò il clero secolare, in un'epoca non precisata. L'abbazia rimase per un periodo sotto l'influenza dei conti di Coldimezzo, oltre che dei nobili di Massa e, più tardi, degli Atti di Todi.
Il grande rifacimento avvenne nella seconda metà del Duecento. Le modifiche rispondevano probabilmente a nuove esigenze liturgiche, legate all'allontanamento dei benedettini e all'arrivo del clero secolare. In quegli stessi lavori furono demolite le cripte vicine di Sant'Illuminata e di San Faustino. Restauri minori furono poi curati nel 1636 dal cardinale Boncompagni.
La facciata e il campanile
Prima di entrare, vale la pena osservare la facciata in pietra locale, con filari alternati bianchi e rossi, che risale al XII secolo. Il portale ha un arco a tutto sesto con un'alta lunetta priva di decorazioni scultoree. Sopra si apre la bifora di tipo umbro, con una colonnina in pietra di forma tradizionale.
Sul fianco sinistro si alza il campanile, poggiato su una base dodecagonale di grossi blocchi di travertino, coperta da una volta a cupola. Sembra probabile che quella base sia un mausoleo romano di epoca tardo imperiale, forse iniziato e mai completato. Su di essa, nei lavori del Duecento, fu costruita la torre quadrata, più modesta.
Dentro: pochi elementi, molto da guardare
L'interno è a una sola navata e oggi appare piuttosto spoglio, come certamente non era in origine. Proprio per questo l'attenzione va ai particolari. Il soffitto è a pianelle policrome interamente decorate, rinforzato da archi gotici. Un sostegno murario sopra il presbiterio reca la data 1650. Dei quattro stemmi dipinti se ne riconosce con certezza uno solo, quello dei Colonna.
Poco oltre la metà della navata, un'ampia gradinata porta al presbiterio sopraelevato. L'antico altare è una lastra di travertino, adornata da quattro colonnine angolari di pietra, che ricopre il sarcofago dei due martiri.
La parete di fondo, con tre alte finestre a feritoia, è la parte più interessante: vi sono incastonati circa quaranta frammenti scultorei altomedievali, riutilizzati nel rimaneggiamento duecentesco. Sono pilastrini, formelle e cornici decorati con matasse bisolcate, rose, motivi floreali, figure umane ed equestri e archetti. Datarli con precisione è difficile: le stime vanno dal IX all'XI secolo.
Nella zona absidale si conserva un frammento di affresco con la Madonna con il Bambino, attribuito a Bartolomeo da Miranda. Sulla parete destra è murato un grande cippo romano commemorativo della gens Popilia, tipica del municipio tudertino.
Sopra il passaggio di sinistra, ai lati della scalinata, si trova l'ambone, costruito con due grandi lastre di marmo scolpito di epoca altomedievale. Quella rivolta verso l'esterno mostra cerchi annodati riempiti di fiori, grappoli, elici e apici gigliati. L'altra è decorata da un nastro bisolcato che forma grossi nodi allentati, un motivo riconducibile al IX secolo anche per la fattura irregolare. Già alla fine del Settecento l'abate Di Costanzo lo riconosceva come opera "del gusto del IX o X secolo".
La cripta
Due stretti passaggi ai lati della scalinata conducono alla cripta tricora, tra le più interessanti e suggestive della regione, con una datazione molto remota tra IX e X secolo. Una colonna centrale romana in marmo grigio, con un bel capitello ionico, e due colonne laterali in travertino sorreggono un magistrale incrocio di volte, rinforzate nel Duecento da robusti sottarchi. È qui, in una piccola pietra accanto all'altare, che si legge l'iscrizione dedicata ai due martiri.
L'ex abbazia
Vale uno sguardo anche l'annesso edificio dell'ex abbazia, che sembra più una dignitosa casa di campagna che un monastero. Si sviluppa intorno a un ampio cortile rettangolare, sulla destra della chiesa. Tra i dettagli si notano un camino rinascimentale e una bella finestra tripartita con la scritta Venturinus Aptus e la data 1522.
Al tempo della sua visita, l'abate Di Costanzo annotava nelle case rurali vicine, un tempo celle del monastero, due frammenti di un piccolo sarcofago cristiano, con Giona ingoiato dal mostro marino e i Magi che portano i doni. Segnalava anche grotte poco distanti, una delle quali era un sepolcreto con molte nicchie per le urne cinerarie.
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La chiesa dei Santi Fidenzio e Terenzio è solo una tappa di un territorio che merita più di una visita. Il borgo medievale, i siti romani lungo la Via Flaminia, il Museo Italiano Presepi d'Arte, i sentieri dei Monti Martani e gli itinerari da percorrere in bicicletta permettono di costruire una giornata, o un fine settimana, a ritmo lento.
Vieni a Massa Martana, parti da Fidenzio e Terenzio e lasciati guidare dal resto: il borgo, il paesaggio e le sue storie.